È tornata “Facce di Ca”, nella sua variante “Facce di Sard”: la rubrica dove le città vengono raccontate dalle persone che le abitano davvero.
No, non aspettatevi guide turistiche da influencer o consigli su dove fare aperitivo spendendo poco. Qui si parla di persone, memoria, abitudini, contraddizioni e città vissuta.
Oggi il protagonista è Daniele Pileri, per tutti Pille.
51 anni, cagliaritano, architetto nella vita “ufficiale”, cantante dei TAQB “per fare il figo”, dj dai primi anni ’90 e uno di quelli che Cagliari la raccontano senza bisogno di cartoline.
La prima domanda è volutamente esagerata: se potesse mettere un enorme cartellone pubblicitario 6×3 in città, cosa scriverebbe?
La risposta è perfettamente contemporanea:
“Sta scrivendo…” oppure “Sta registrando un audio”.
Perché ormai, scherza, sono queste le cose che generano più ansia nelle persone.
Quando gli chiediamo cosa abbia imparato crescendo, Pille risponde con una frase molto semplice ma che sembra arrivare dopo parecchi anni di esperienza:
“Il segreto è dire no alle opportunità e alle richieste che non ti fanno stare bene e non fanno bene agli altri”.
Sui consigli alla gente di città parte invece con una premessa ironica: lui, dice, non ama molto quelli che dispensano lezioni di vita senza essere attrezzati per farlo.
“Quelli che iniziano le frasi con ‘vedi…’ sono i peggiori”, racconta ridendo.
E poi aggiunge una delle immagini più cagliaritane dell’intervista: quelli che credono di aver capito il mondo perché hanno fatto due viaggi fuori Sardegna e poi se ne escono con:
“Ma cosa ci avrà di più New York di Cagliari? Tanto lì non fanno le pizzette sfoglia”.
Ai giovani invece il consiglio lo dà: studiare la storia della città, ma non solo quella sui libri. Anche quella di strada, quella raccontata da chi Cagliari la porta dentro da sempre.
E poi andarsene per un po’.
“Vai via per qualche anno e quando capisci perché ti manca, sempre che ti manchi davvero, allora fai di tutto per tornarci”.
Quando prova a descrivere Cagliari come se fosse una guida turistica improvvisata, ne esce una definizione bellissima e molto poco istituzionale:
“Un insieme di stradine e qualche piazza che finisce al mare con una cornice fatta da montagna con in mezzo una sella. C’è uno stadio, degli stagni, scritte nei muri altamente filosofiche e gente varia che, anche se si chiama ‘frari’, in realtà si è vista tre volte”.
I suoi luoghi preferiti non sono necessariamente quelli famosi.
Sono soprattutto i punti panoramici da cui guardare la città dall’alto, osservando i colori cambiare tra alba e tramonto, “come l’umore della sua gente”.
Tra gli eventi che aspetta ogni anno non poteva mancare Sant’Efisio.
Una festa che descrive come un momento in cui sacro e profano convivono perfettamente e verso cui prova un enorme rispetto, sia per chi ci crede davvero sia per chi lavora dietro le quinte affinché tutto funzioni.
Su come vede Cagliari oggi, la risposta è netta:
“Cambiata, in meglio e in peggio”.
In meglio perché, grazie anche a figure simboliche come Gigi Riva, la città ha riscoperto la propria identità e la propria storia.
“In peggio perché stiamo perdendo luoghi, tradizioni, posti dove si faceva musica e cultura. Crescono i centri commerciali e spariscono gli spazi veri”.
Tra le cose che ama di più della città cita la cultura popolare autentica, quella nata dal basso, non “per investitura divina”.
Gli piace il modo in cui i cagliaritani sanno essere dissacranti, critici, disillusi.
E soprattutto il fatto che davanti a certe cose – un gol del Cagliari o uno scioppino al bar-improvvisamente spariscano differenze politiche e divisioni.
C’è poi un’immagine che racconta perfettamente cosa significhi sentirsi a casa:
“Quando la nave o l’aereo tornano verso la Sardegna e inizi a vedere il mare”.
Oppure il primo “frastimo” sentito al semaforo, che dura esattamente il tempo necessario ad attraversare l’incrocio.
Se potesse cambiare qualcosa della città, cambierebbe una certa mentalità chiusa e provinciale, ma anche quella troppo esterofila di chi pensa che per vivere bene si debba necessariamente stare altrove.
“Quando vivevo a Roma e dicevo che ero di Cagliari mi trattavano quasi come uno straniero. Oggi invece mi invidiano per la qualità della vita”.
Tra i posti meno conosciuti che consiglierebbe c’è la spiaggetta di Sant’Elia oltre il ristorante Lo Scoglio, che secondo lui ricorda le calette dell’Ogliastra.
Il locale del cuore?
Il Roxy Bar.
“Per molti è praticamente casa”.
Poi arrivano i ricordi d’infanzia e lì Cagliari diventa improvvisamente sonora: il Sant’Elia, il ponticello in ferro e legno, il boato dello stadio, le domeniche col padre, le vasche in Via Garibaldi, le discoteche, i viaggi in pullman coast to coast, le “cuccate” in macchina, i matti di quartiere e il Cagliari di Gigi Riva e Gigi Piras.
Da mangiare?
Polpo bollito con olio d’oliva, burrida, muggine, sardine arrosto e naturalmente pizzette sfoglia.
La sua giornata cagliaritana ideale inizia con una colazione in centro, continua tra Poetto e Bastioni, passa per una trattoria e finisce a suonare in mezzo alla gente.
Perché, dice, è quello che gli dà energia più di tutto.
E Daniele chiude con una riflessione molto attuale: oggi amare davvero Cagliari significa riprendersi i suoi luoghi, i suoi personaggi, la sua umanità.
In un tempo in cui i centri commerciali hanno sostituito le piazzette, i social le compagnie sotto casa e i campi da padel le sfide a pallone.
L’ultimo aneddoto è perfetto per concludere.
Dicembre 1989, amichevole Italia-Argentina di Maradona.
Pille arriva allo stadio con il padre e il nonno grazie a un permesso speciale. Un vigile li ferma per controllare tutto con enorme zelo. Dopo venti minuti torna e dice:
“Prego, potete passare. E forza Cagliari”.
Il nonno lo guarda e risponde soltanto:
“Eh… asutt”.






