Giulia Bellu e la salute mentale: una sfida senza reticenze

Giulia Bellu fa ridere parlando di ansia, aspettative, famiglie complicate, contraddizioni e di quelle tante voci che sembrano abitare contemporaneamente dentro ciascuno di noi.

Attrice, cagliaritana, 27 anni, segno capricorno per chi ama affidarsi anche agli astri. Molti l’hanno conosciuta dai social, con i suoi video virali che però nascondevano tanti contenuti interessanti che a noi di Facendocose hanno affascinato.

Dietro le sue “sette personalità”, diventate prima protagoniste dei video sui social e poi parte di un suo recente spettacolo, c’è un discorso molto più ampio sulla fragilità e sulla salute mentale.

Un tema che Giulia non osserva dall’esterno e sul quale non cerca scorciatoie. Ne parla partendo dalla propria esperienza, dalla terapia, dalla depressione e anche dall’uso degli psicofarmaci, scegliendo di raccontare tutto con la stessa naturalezza con cui mette in scena le nevrosi della vita quotidiana.

«Prendersi cura di sé stessi è fondamentale», racconta. Una consapevolezza che arriva da lontano, addirittura dall’adolescenza, quando aveva già intuito la necessità di chiedere aiuto. «Quando avevo dodici anni chiesi di andare in terapia e mia madre mi disse: “Ma sei scema?”. Appena sono andata a vivere a Roma ho iniziato un percorso ed è stata una delle scelte migliori della mia vita».

La distanza tra generazioni

Dentro quella risposta ricevuta da ragazzina Giulia riconosce anche una distanza generazionale. Non necessariamente mancanza di attenzione, quanto un modo diverso di considerare il disagio psicologico. Per molto tempo andare dallo psicologo, rivolgersi a uno psichiatra o assumere psicofarmaci sono stati raccontati quasi come qualcosa da nascondere.

Oggi le cose stanno cambiando, ma il pregiudizio non è completamente scomparso.

«Viviamo tempi folli, bisogna continuamente stare al passo. La vita va velocissima e ci viene chiesta continuamente concentrazione, mentre cambiano la tecnologia, l’intelligenza artificiale, il nostro modo di vivere. Per alcune generazioni parlare di salute mentale continua però a essere difficile».

Per questo sceglie di fare qualcosa di apparentemente semplice: utilizzare le parole senza trasformarle in tabù. Terapia. Psichiatra. Depressione. Antidepressivi.

«Cerco di parlarne nella maniera più normale possibile. La terapia, lo psichiatra e gli psicofarmaci vengono ancora considerati cose strane. Io ho preso antidepressivi e mi hanno salvato la vita. Perché dovrei demonizzarli?».

Chiedere aiuto e affidarsi a qualcuno

Nel suo racconto, la richiesta di aiuto perde così il significato di resa e diventa esattamente il contrario: la decisione di affrontare ciò che sta accadendo.

«Affrontare la depressione significa anche avere il coraggio di affidarsi a uno specialista. Poi arriva il momento in cui lo psichiatra ti dice che non ne hai più bisogno. E lì ti senti forte, perché capisci di avere superato qualcosa».

La terapia, soprattutto, le ha permesso di cambiare il punto di osservazione su sé stessa. Di capire quanto sia difficile essere giudici imparziali delle proprie emozioni e quanto ciò che appare evidente, quando siamo immersi in una situazione, possa assumere un significato completamente differente una volta osservato da un’altra prospettiva.

«Ho capito che non ero sempre così oggettiva. Tanti problemi che pensavo fossero una cosa erano in realtà tutt’altro. L’inconscio parla molto più di noi». Ed è proprio da questo labirinto interiore che nascono anche le celebri personalità di Giulia Bellu.

Nella sua comicità sa prendere qualcosa che normalmente viene vissuto individualmente e trasformarlo in un’esperienza collettiva. L’ansia che sembra soltanto nostra, la paura di non essere all’altezza, il pessimismo, l’euforia, le aspettative degli altri, il bisogno di apparire forti diventano riconoscibili nel momento in cui qualcuno li porta sul palco.

«Siamo tutti sulla stessa barca. Sentiamo tutti questo peso. Le aspettative diventano ansia, paura, emozioni che fanno parte della nostra quotidianità».

Non c’è, alla fine del percorso, una soluzione universale. «Non esiste un libretto di istruzioni. Ho capito che spesso non esistono risposte sbagliate: sono sbagliate le domande». La comicità diventa così uno strumento per avvicinarsi anche alle parti meno semplici della propria storia. Bellu parla apertamente del desiderio di «sdoganare i traumi» attraverso l’ironia, senza però trasformarli in qualcosa di insignificante.

Nessuna fuga e una risata che non cancella

Ridere non cancella ciò che è successo. Può però modificare il rapporto che abbiamo con ciò che è successo. Il punto, per Bellu, è proprio scoprire che ciò che viviamo come una debolezza privata spesso appartiene anche agli altri.

«Ho visto persone soffrire per il proprio dolore. Vorrei che, uscendo da lì, da un mio spettacolo, potessimo pensare che possiamo ridere anche dei nostri problemi, perché riguardano me, ma riguardano anche tutti».

Un caos nel quale Giulia Bellu ha scelto di entrare senza nascondere terapia, depressione e farmaci, trasformando anche la propria esperienza in racconto. Non per offrire ricette o risposte definitive, ma per rendere normale una possibilità ancora troppo spesso accompagnata dalla vergogna: riconoscere di stare male, parlarne e chiedere aiuto.

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