Tempo fa bastava una storia su Instagram per decretare il successo di un locale. Una foto filtrata, una caption motivazionale, un tag strategico, e il posto diventava meta di pellegrinaggio digitale. File fuori, tavoli pieni, prenotazioni sold out.
Oggi qualcosa è cambiato.
Sempre più persone, ammettono: “Se lo consiglia un influencer, non ci vado.”
È stanchezza? È la sensazione che l’esperienza non sia più al centro, ma ci sia la rappresentazione dell’esperienza e un consiglio non disinteressato?
Perché dovremmo fidarci di un influencer? La domanda non è polemica. L’influencer nasce come figura di mediazione: prova, racconta, seleziona per noi e, come dice la parola stessa, influenza. Controdomanda: ha competenze particolari? Perché ci dobbiamo fidare?
E poi quando la linea tra esperienza e collaborazione commerciale diventa quasi invisibile, la fiducia si incrina.
Il lavoro è dignitoso, ci mancherebbe. Promuovere un’attività è un mestiere. Il punto è la saturazione. Quando tutto è “incredibile”, “pazzesco”, “imperdibile”, “autentico” “sincero”
nessuna parola pesa più davvero.
E poi c’è un altro elemento: la messa in scena. In molti casi il locale è diventato set: proprietari e dipendenti che diventano altro, luci e tempi come se l’ambiente fosse un set. Il confine tra raccontare un luogo e fingere si è fatto sottile.
Questo mostrarsi continuo, questo bisogno di essere al centro della scena, va oltre la normalità. Non si tratta più di condividere un’esperienza, ma di costruire una narrazione in cui il luogo diventa accessorio.
Il risultato è un paradosso. Il post virale a volte respinge. C’è chi evita i posti “troppo social”, chi preferisce il ristorante senza hashtag, il bar senza ring light, la trattoria dove nessuno è memorabile.
Forse è finita l’epoca degli influencer?
Forse è finita l’ingenuità del pubblico? Si sta tornando, al passaparola, alla recensione non gridata, al consiglio dato senza trasformare tutto in televendita.
Non è una guerra contro qualcuno. Meglio l’equilibrio. Raccontare sì. Lavorare sì. Promuovere sì. Senza dimenticare che un locale è prima di tutto un luogo vissuto, non una scenografia permanente.
Voi che dite?







