La morte di Miles Davis, racconta Paolo Fresu, non fu solo la fine di un uomo. Così comincia “Kind of Miles”, l’opera teatrale e musicale prodotta dal Teatro Stabile di Bolzano e andata in scena nel weekend al Teatro Massimo sotto l’organizzazione del CEDAC.
La sala è piena, è San Valentino. Tante coppie, abiti eleganti e grande rispetto. Pochissimi cellulari accesi.
Non è uno spettacolo celebrativo. È un racconto intimo restituito al pubblico, un viaggio dentro il momento in cui la musica.
Paolo Fresu parte da lontano, da una Sardegna localizzata aBerchidda, suo luogo d’origine, fatta di bande di paese, jukebox accesi nei bar e matrimoni infiniti – qui il pubblico sorride pensando a quei riti – suonati nel suo primo gruppo di ballo per sopravvivenza non solo economico. Il jazz, allora, era una parola distante. Non apparteneva ancora al suo mondo. La musica era solo movimento, comunità, festa, senza pretese, senza sovrastrutture
Poi arriva una notte a Sassari, una jam session, e soprattutto una cassetta. “Autumn Leaves”, Miles Davis Quintet, 1963. Fresu racconta che ascoltò quel brano per una settimana intera, senza interruzione. Non riusciva a staccarsene. Perché quella non era solo musica, sapeva di rivelazione. In quel momento capì che una melodia poteva trasformarsi in qualcosa di più grande di sé stessa, che la tromba poteva cantare come una voce umana, che dentro quel suono esisteva una libertà assoluta.
Sul palco, la narrazione di Paolo è come sempre gentile, amichevole. È la sua cifra umana. Si intreccia con la musica e con le immagini che scorrono alle spalle dei musicisti. I colori cambiano continuamente: rosso, blu, viola. Non è solo la scenografia, ma sono stati dell’anima. Miles emerge come figura complessa, fragile e potente allo stesso tempo. Non solo un musicista, ma un uomo attraversato da conflitti, tensioni, bisogno di riscatto. La boxe diventa la metafora più chiara del suo modo di suonare: ogni nota è un colpo netto, essenziale, inevitabile.
Fresu spiega che la tromba non è uno strumento immediato. Richiede pensiero, sensibilità, analisi prima ancora che suono. Ogni nota deve essere immaginata, cantata interiormente, prima di esistere. È un processo lento, fatto di ascolto e consapevolezza. Per questo il suono di Miles non è mai stato imitabile fino in fondo. Tecnica, identità, esperienza si son tradotte in modo unico, non tanto per riempire silenzi quanto per creare spazi.
Uno dei momenti più intensi dello spettacolo coincide con il racconto di Kind of Blue. Due accordi, silenzi, respiri. Miles apre una dimensione nuova, in cui il valore non è nella quantità delle note, ma nella loro disposizione perfetta. La sua tromba diventa una direzione, una visione rivolta verso il futuro. Non cambia il suo suono, anche quando cambiano i musicisti, le epoche, i linguaggi. Perché quel suono nasce dalla vita, e la vita continua ad alimentarlo.
C’è anche un episodio personale che Fresu racconta con pudore. Era il 1984, Umbria Jazz. Miles era lì, vicino. Avrebbe potuto incontrarlo. Paolo scappò. Paura, rispetto? Quell’incontro lo segnò anche nei giorni dopo, attraverso una macchina nera in cui immaginava ci fosse sempre Miles.
Chiuso nella sua stanza, suonava Miles per ore e ore. Ascoltava i dischi, li studiava, li inseguiva. La madre gli chiedeva di smettere. Lui continuava come se volesse diventare un’altra voce di Miles.
“Kind of Miles” diventa così qualcosa che va oltre il racconto biografico, molto più di una serata a teatro. Un gioco di sguardi e suoni sotto i riflettori dove, insieme con Paolo Fresu (tromba, flicorno e multi-effetti) c’è un ensemble che schiera Bebo Ferra (chitarra elettrica), Dino Rubino (pianoforte e Fender Rhodes Electric Piano), Marco Bardoscia (contrabbasso), Stefano Bagnoli (batteria), Filippo Vignato (trombone, multi-effetti elettronici, keyboard), Federico Malaman (basso elettrico) e Christian Meyer (batteria).
È la storia di come nasce una vocazione. Di come una persona incontra un suono e decide di seguirlo, anche senza sapere dove lo porterà. Miles Davis diceva che “musica e vita sono una questione di stile”. Questa frase ancora oggi riflette un mondo di approcciarsi alla vita e all’arte. Non parlava di percezione o successo, troppo semplice, ma di coerenza con ciò che si è davvero, che va oltre il risultato del proprio vivere artistico.
Uscendo dal Teatro Massimo, in una fredda serata cagliaritana, oltre alle note di Time After Time, è restata la sensazione che la musica più importante non sia quella che ascoltiamo susseguirsi, ma quella che, lentamente, ci resta e poi costruisce da dentro. Perché prima o poi tutti incontriamo una nota e un artista che ci cambia, che magari esisteva da qualche parti. E da quel momento, non siamo più gli stessi.
Nicola Tixi Montisci






