Facendocose… filosofiche: capire il mondo con Andrea Bonaccorsi, in tour in Sardegna

“Facendo cose… filosofiche” significa anche riflettere e capire il mondo, per essere almeno più consapevoli.

Abbiamo intercettato prima del tour in Sardegna Andrea Bonaccorsi e ne è nata una bella chiacchierata che ci ha aperto la mente.

Professore universitario ed esperto di innovazione e ricerca, Bonaccorsi lavora da anni sul rapporto tra università, sapere e società. Nei suoi studi prova a mostrare come storia, letteratura, arte e architettura possano aiutarci a comprendere meglio il presente, costruendo pensiero critico e capacità di interpretazione. Partendo magari dalle parole e dalla provocazione del suo libro.

Le domande, poi ci stuzzicano, specie di questi tempi: le discipline umanistiche servono davvero? E soprattutto, producono conoscenza utile oppure solo cultura generale?

Ne parlerà con la presentazione del suo libro – The Knowledge of Humanities – in diverse date: 7 maggio a Cagliari, 8 maggio a Sassari, 9 maggio a Oristano (mattina) e a Nuoro (sera), in un tour organizzato dall’Associazione Sardegna2050.


Professor Bonaccorsi, il suo libro parte da una provocazione di Aristofane: “le parole non si pesano come il formaggio al mercato.” Da lì costruisce trecento pagine di epistemologia delle discipline umanistiche. Com’è nata questa impresa e quanto tempo le ha richiesto?

Direi che è nata da una ammirazione: nel mio lavoro di advisor delle politiche della ricerca e dell’innovazione e di valutazione della ricerca ho conosciuto studiosi di grande livello nelle discipline umanistiche: storici, filologi, critici letterari, storici dell’arte. Mi sono chiesto che tipo di conoscenza scientifica producono questi studiosi. Esiste la verità storica? Si può dare una interpretazione autentica di un testo letterario? Come si attribuiscono le opere d’arte agli autori? Che rapporto esiste tra la conoscenza umanistica e quella scientifica e tecnologica? Quindi ho iniziato diversi anni fa scrivendo un articolo per una importante rivista di storia della scienza. L’articolo è stato rigettato. Un revisore ha scritto: interessante questa idea, ma per svilupparla non basta un articolo, devi fare un libro. E allora io l’ho fatto.

Lei è un economista della scienza, formatosi prevalentemente sui metodi quantitativi. Cosa l’ha spinto un “outsider” in un certo senso a entrare nel territorio dell’epistemologia delle humanities? E com’è stato accolto dagli storici, dai critici letterari, dagli storici dell’arte?

Tutti dicono che per affrontare le grandi sfide della società occorre un approccio interdisciplinare, che metta insieme scienza e tecnologia, da un lato, con le discipline umanistiche. Ma esiste un problema. Il dialogo vero e produttivo si fa tra pari. Oggi le scienze dure e la tecnologia non riconoscono alle discipline umanistiche un vero e proprio statuto scientifico. Non capiscono come gli umanisti possono produrre vera conoscenza scientifica. Per chi sta in laboratorio e opera alla frontiera delle conoscenze scientifiche, in costante accelerazione, è difficile capire chi spende anni in archivio o decifra iscrizioni antiche.

E quindi mi sono deciso a partire per questo viaggio: sono un quantitativo, ma vado a esplorare come fanno scienza gli umanisti. Poi torno indietro e vi racconto. Un viaggio straordinario.

Il titolo è “The Knowledge of Humanities.” Una scelta precisa: non “Il valore” delle humanities, non “La difesa” delle humanities. Proprio “La conoscenza.” Cosa intende esattamente?

Il mondo della ricerca è diventato progressivamente più competitivo, in tutto il mondo. Devi scrivere progetti per acquisire finanziamenti, devi giustificare e argomentare. In questo panorama le scienze dure e la tecnologia hanno buoni argomenti: lo sviluppo continuo e accelerato delle innovazioni è sotto gli occhi di tutti. Gli umanisti al contrario giocano in difesa: sono costretti a ipotizzare le ricadute economiche, l’impatto sui beni culturali, i biglietti dei musei, il turismo, l’indotto. A me pare una difesa debole. Alla fine, se la ragione d’essere della ricerca umanistica sono i biglietti dei musei, tanto vale finanziare direttamente i musei.

Io dico agli umanisti: abbiate più coraggio nel sostenere le ragioni scientifiche della vostra ricerca. La conoscenza del passato (degli eventi, dei testi, delle opere d’arte e di architettura) non si può basare sugli esperimenti controllati e sulle “sensate esperienze” galileiane, ma non per questo è meno scientifica. I metodi e le tecniche inventati dagli umanisti per spiegare il passato sono potenti e logicamente fondati.

Uno dei pregiudizi più duri da abbattere è la distinzione tra scienze “dure” e scienze “molli”. Lei nel libro propone una lettura molto diversa: parla di almeno tre distinti “regimi di prova.” Può spiegarci cosa intende?

Le scienze dure si avvalgono di una proprietà del mondo naturale che assicura, entro certi limiti, una invarianza nel tempo e nello spazio. Questo consente di progettare esperimenti nei quali si possono controllare gli effetti della manipolazione delle variabili di interesse e quindi replicare i risultati. Ma questa immagine delle scienze dure va corretta. Da un lato il numero delle variabili da controllare è oggi talmente elevato che gli esperimenti non sono più esattamente replicabili e occorre un enorme lavoro delle comunità scientifiche per isolare i risultati. Da un altro lato sta avanzando la epistemologia delle scienze che dipendono dalla storia, come la biologia evolutiva, le scienze della terra, la vulcanologia. Anche le neuroscienze in alcuni casi particolari studiano eventi singoli avvenuti in un dato istante temporale e non replicabili. Queste scienze studiano eventi avvenuti nel passato, di fatto come avviene nelle discipline umanistiche.Tutto questo sta portando ad una visione della scienza più articolata, che ammette anche altri regimi di prova.

Uno è il regime filologico: quando si trovano di fronte un testo sconosciuto o lacunoso i filologi ricostruiscono la plausibile versione originale con grandissimo rigore. E poi ci sono i metodi storici: la storia non si ripete mai esattamente, non è replicabile, ma gli storici e i critici ricostruiscono su basi logiche i rapporti di causa ed effetto avvenuti nel passato. Non sono cause necessarie e sufficienti come nella fisica classica, ma, ci dice la epistemologia più recente, sono cause a tutti gli effetti.

Nel libro attraversa quattro grandi discipline: storiografia, critica letteraria, storia dell’arte e storia dell’architettura. C’è una disciplina che l’ha sorpresa di più, che ha cambiato la sua visione in modo inatteso?

Un punto di innesco è stata una superba litigata con un grande storico dell’architettura, Carlo Olmo del Politecnico di Torino. Avevamo appena finito la valutazione della ricerca della VQR, per me un bel successo, e Olmo scrive un pezzo in cui dice: abbiamo sbagliato, abbiamo fatto la valutazione senza considerare la ricezione da parte delle comunità scientifiche. Io ho sempre pensato che la valutazione ha senso solo se parte proprio dalle comunità scientifiche, gli scrivo parecchio risentito e lui dice: incontriamoci a Roma. Vado pronto a difendermi e trovo un mondo di argomenti a me sconosciuti. Decido di studiare fuori dal mio perimetro scientifico, un bel rischio.

Poi scrivo un libro per Il Mulino sulla valutazione e gli chiedo una intervista. Apriti cielo: si parte da Ricoeur e si arriva a Lacan, da Ginzburg e Levi agli storici degli Annales, da Momigliano a Gramsci, da Gieidon a Pevsner fino alle archistar. Capisco che per capire il modo di ragionare degli storici occorre risalire alla loro epistemologia. Ma allora devo allargare anche ai testi e alle immagini, alla critica letteraria e alla storia dell’arte. Ormai devo arrivare in fondo, mi sono detto.

Lei argomenta che le humanities producono conoscenza cumulativa — ma su orizzonti temporali più lunghi di quelli delle scienze sperimentali. È un’idea controintuitiva. Come funziona concretamente questa cumulatività “al contrario”?

Parto dalla idea della irreversibilità del tempo, almeno alla scala umana. Ciò che è avvenuto in passato è immodificabile. Noi possiamo cambiare, e solo in minima parte, presente e futuro, ma non il passato. Ma il passato ci può arrivare solo attraverso delle tracce, dei segnali, delle onde di informazione che richiedono una nostra ricezione.

Questo statuto del passato è allo stesso tempo fonte di pericoli e di opportunità. I pericoli vengono dalla manipolazione: chi si arroga il potere di ricevere le testimonianze dal passato lo manipola a fini di dominio. Albert Spier utilizza la architettura classica per costruire una inesistente continuità tra impero romano e nazismo, i regimi autocratici riscrivono sempre la storia nazionale, i colonialismi cancellano le tracce indesiderate, i testi antichi sono tradotti in modo da evitare formule scandalose. Ma proprio sulla scorta di esperienze tragiche di manipolazione del passato nel XX secolo gli umanisti hanno sviluppato vigorose tecniche di controllo delle fonti e di validazione. Gli umanisti sono scienziati del passato, non narratori.

Ma io aggiungo che la irreversibilità del passato è anche una opportunità scientifica: chi si occupa del passato sviluppa una accentuata sensibilità della approssimazione, sempre parziale ma continua, alla verità storica: quel fatto è veramente accaduto, quel testo è veramente stato scritto, e noi siamo responsabili dell’accertamento il più possibile fondato. Proprio perché gli umanisti sanno quanto pericolosa è la manipolazione, tanto più sono rigorosi.

Un tema che attraversa tutto il libro è il rapporto tra interpretazione e testabilità delle ipotesi. Lei sostiene che le humanities fanno esperimenti — ma in modo diverso. Come si “testa” un’interpretazione di un’opera d’arte o di un testo letterario?

Questo è un punto delicato, perché di fatto non solo possono esistere più interpretazioni corrette di un testo, ma è il testo stesso che invita ad una molteplicità di interpretazioni. Nel libro non ho fatto in tempo a dare conto degli studi sul linguaggio umano che sono usciti nell’ultimo anno dopo l’introduzione della intelligenza artificiale generativa, ma è interessante che confermino esattamente questo punto. Il linguaggio umano è strutturalmente più denso e multivocale rispetto ai linguaggi artificiali. Per scrivere testi corretti gli LLM possono solo fare affidamento sulle proprietà statistiche dei testi che hanno in addestramento. Non “vedono” la reazione degli ascoltatori rispetto ai parlanti. Il linguaggio umano non funziona così: le sue risorse includono la ricezione dell’ascoltatore, la comprensione che l’ascoltatore raggiunge efficacemente di tutte le sfumature, i non detti, le allusioni, le citazioni, le ambiguità del parlante. Il linguaggio umano, proprio perché può fare affidamento su una memoria limitata, ha una economia che si appoggia sulla collaborazione attiva tra parlante e ascoltatore. E questo vale in modo straordinario anche per i testi letterari, dove l’ascoltatore è in realtà un lettore remoto nel tempo e nello spazio. Chi scrive un romanzo sa che abbandona il suo scritto ad una molteplicità indeterminata di lettori, ciascuno dei quali è nel suo buon diritto di ricevere il testo con una sua comprensione.

Il critico letterario accompagna la interpretazione soggettiva con un lavoro critico oggettivo, fatto di comparazioni e ipotesi testabili, nutrite da una conoscenza sterminata di altri testi, che sono dello stesso autore o periodo o genere letterario, o spesso anche di regioni letterarie lontane o sconosciute ma che mostrano similarità interessanti. Poi però deve testare queste ipotesi, saturando il campo letterario e leggendo i testi in forma integrale, con un metodo che in gergo si chiama close reading. Walter Siti ha detto in un recente seminario alla Scuola Normale di Pisa che in estate legge circa 5000 pagine di romanzi contemporanei. Le legge tutte, quelle pagine.

Il libro si chiude con una previsione forte: nel ventunesimo secolo crescerà la domanda sociale di “unicità” — e le humanities sono le uniche scienze capaci di produrla. È una tesi ottimistica. Ma come si concilia con l’offensiva dell’intelligenza artificiale generativa, che sembra saper “fare” molte delle cose che facevano gli umanisti?

Vero, forse una tesi che pecca di ottimismo. Ma vediamo la realtà. Nei giorni delle conferenze di Peter Thiel a Roma l’opinione pubblica ha preso contezza della parola “singolarità”. Thiel dice che per contrastare il declino delle società occidentali e dei loro valori, declino che lui vede soprattutto in Europa, servono figure singolari, diverse dalla normalità, che possano rompere le regole e abbiano poteri e forze sproporzionati. In questo momento le singolarità sono rappresentate dai leader politici che vanno controcorrente e dai leader tecnologici che guidano la transizione alla intelligenza artificiale. Una lettura ideologica e apocalittica di René Girard e di San Paolo. Thiel sembra dire che l’Anticristo è la Cina e la salvezza può venire solo dalla tecnologia e dal potere degli Stati Uniti.

Ecco, la mia idea di unicità va nella direzione opposta alla singolarità.

Unicità per me è la relazione tra la creazione artistica unica e la soggettività unica di chi la riceve. L’unicità è per sua natura diffusa, non replicabile, non controllabile.

Posso fare scienza di questa relazione, ma non la posso manipolare e controllare. Posso controllare i media e l’opinione, non l’arte e la scienza. L’intelligenza artificiale può fare molto meglio dell’uomo moltissime cose e va studiata e adottata, ma sa creare solo a partire dal già creato, sa interpretare solo il già interpretato.

Finchè ci sarà un autore che ha qualcosa di nuovo da dire o rappresentare o costruire e qualcuno che lo ascolta, l’apocalisse è rimandata. Nel libro dell’Apocalisse la fine avviene quando l’angelo riavvolge il libro della vita, riassumendo la storia. I tecnocrati autoritari come Thiel immaginano che l’angelo sia sia l’intelligenza artificiale. Posto che riassume tutta la conoscenza umana, l’intelligenza artificiale può riassumere la storia. Non sarà così. L’unicità avrà ragione delle singolarità autoritarie.

Questo tour la porta nelle quattro province storiche della Sardegna. Un’isola che ha una lingua propria, una storia plurimillenaria, un patrimonio culturale materiale e immateriale straordinario e allo stesso tempo una demografia in crisi e un forte rischio di perdita di competenze e saperi. Come parla il suo libro a un territorio come questo?

Vengo in Sardegna riconoscendo un debito importante verso Silvano Tagliagambe, che ho incontrato grazie agli incontri originali e stimolanti organizzati da Nicola Pirina. Non solo ho potuto discutere con lui, ma mi ha fatto dono della lettura del manoscritto. Tra le mille cose che ho imparato ne cito una sola: la lingua sarda presenta fin dalle origini una estesa varietà dei modi verbali: non solo l’indicativo ma anche il condizionale e il congiuntivo (se non ricordo male!). Il che consente di ragionare non solo sulla realtà come si presenta, ma anche sulla realtà come si desidera e immagina, e come sarebbe se facessimo cose, e come sarebbe potuta essere se nel passato avessimo fatto cose. Una lingua del desiderio, del progetto e del controfattuale.

Ma poi l’indicativo rivendica il suo potere. Le cose vanno fatte, lo sviluppo economico va promosso, la ricerca tecnologica deve diventare innovazione, prodotti, qualità, esportazioni. Qui mi fermo perché non conosco la storia recente, ma credo che declinare all’indicativo sia una sfida permanente.

Una domanda finale, quasi provocatoria. Dopo un decennio passato a leggere storici, critici letterari, storici dell’arte e dell’architettura, lei, economista della scienza, si sente cambiato? E c’è qualcosa che gli umanisti potrebbero imparare dagli economisti della scienza, e viceversa?

Parto dalla seconda domanda e agli umanisti dico: non abbiate paura dei numeri. Questa idea che la misurazione sia sempre una forma di dominio, un dispositivo di controllo, un panopticon della sorveglianza, è fascinosa ma fuorviante. I numeri servono quando servono, ma vanno acquisiti e usati. Io sto continuando a studiare le discipline umanistiche, e tra poco avrò anche dei bei numeri da mostrare!

Ma poi dico anche ai miei colleghi di discipline quantitative: la scienza normale si svolge entro confini ben definiti, e va bene così, ma ogni tanto bisogna andare fuori, vedere cosa c’è di interessante, avere la pazienza di imparare. Anche dagli umanisti.

Io forse ho esagerato! Ma anche se a dosi inferiori suggerirei a tutti di coltivare una riserva di curiosità su altre discipline. Si cambia, e in meglio.

 

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