“Le parole giocano con me”. E poi il linguaggio non coincide mai soltanto con l’espressione. Diventa ricerca, tensione continua tra pensiero e realtà. Alessandro Bergonzoni, bolognese, classe ’58, cammina tra teatro, scrittura e intervento civile. Si capisce dalle prime battute di questa piacevole chiacchierata e dal suo storico che lui sfugge — volente o nolente — alle definizioni immediate e si muove in uno spazio più ampio, che lui stesso chiama “altro”. In questa conversazione emergono i suoi nodi centrali: la natura e la costruzione, il peso delle parole, la percezione dell’altro, la critica ai meccanismi della comunicazione contemporanea e una riflessione radicale sull’essere umano.
Proprio Bergonzoni è il protagonista di un viaggio alla (ri)scoperta del potere evocativo delle parole con “Arrivano i Dunque / Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca”, il nuovo spettacolo in scena giovedì 23 aprile e venerdì 24 aprile alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari per un duplice appuntamento con la rassegna Pezzi Unici e, infine, sabato 25 aprile alle 20.30 al Teatro Centrale di Carbonia (fuori abbonamento) sotto le insegne della Stagione di Prosa 2025-2026 del CeDAC.
Come sta Alessandro Bergonzoni, non solo come artista ma come persona?
È una bella domanda, da persona a persona. Come persona mi sento in una grande unione tra arte, scrittura, performance, partecipazioni, scuola e ospedale. Anche come artista ho iniziato l’anno con grande intensità: quindici date a gennaio, poi maggio. Devo dire che sono ossessivamente e compulsivamente impegnato, senza dimenticare nulla. Oggi ho fatto un bel giro tra Gennargentu e campagna. Un’immersione di vita. Qualcosa l’ho sbagliata, non restare troppo qui, in quest’isola. Mi prometto di tornarci, tra l’altro sarò il 14 e 15 agosto a Berchidda da Paolo Fresu.
Nel tuo percorso si avverte una tensione continua tra ciò che è naturale e ciò che è costruito: quanto incide oggi questo equilibrio tra radicamento e rappresentazione nel tuo modo di stare al mondo?
Cerco una coerenza tra natura, presente e passato, tra mare e terra, senza dare privilegio a nessuna di queste entità. Proprio qui la ritrovo. Mi piacerebbe miscelare tutto in maniera diversa, avere una capacità più naturale. Mi manca la natura, o forse la naturalità. Non dico di essere costruito o falso o superficiale, ma dovrei dedicarmi di più a un’altra forma di meditazione. La pratico da tanti anni: una meditazione sulla parola terrena, sulla terra, contrapposta al celeste. Vorrei che fosse un tutto. Mi interessa ogni cosa: persona, caso, vita… se esistesse anche ogni vita possibile. Mi piacerebbe continuarlo anche fuori dal teatro, non lasciarlo confinato.
Il tuo lavoro nasce sul palco, ma sembra continuamente eccedere il teatro: quanto ti sta stretto essere definito solo un uomo di scena?
Non mi piace parlare solo di teatro, direi anche “tealtro”. Non sono attore ma altrista. Sopporto poco quando mi definiscono con parole come “calembour” o “funambolico”. Mi spiace, perché sembra che non si veda il pensiero. Invece c’è ricerca, speleologia, annusamento continuo. Parlo di elettricità delle relazioni: diamo precedenze a destra e sinistra e non guardiamo davvero in alto… e forse lì si perde qualcosa.
Nel tuo linguaggio le parole sembrano avere una loro autonomia: che rapporto hai proprio con il linguaggio? E dove finisce il gioco e inizia il rischio?
Sono loro che giocano con me. Le parole giocano con noi e ci chiedono se capiamo quello che vogliono dire. Ci inducono in tentazione, ci liberano, ci chiedono di andare oltre… e a volte noi restiamo fermi. Le parole sono mattoni: nessuno dice “che bei mattoni”, ma guarda la casa. Nel mio caso, non so perché, vedo soprattutto quello di cui è costruito. Forse perché lì dentro c’è già una verità, o qualcosa che non abbiamo ancora capito fino in fondo.
Oggi però le parole sono strumenti di conflitto: quanto pesa la responsabilità di chi le utilizza?
Possono essere non solo gioco, non solo magia o surreale. È reale che oggi, guardando i social, le parole siano usate come arma. Si può uccidere con la mano destra e con la sinistra, anche con una terza mano. Noi usiamo la pancia: sarebbe necessario un uso diverso, fatto di più intelletto e anima nella parola. Non bisogna essere solo intrattenitori da talk, perché lì si perde profondità.
Social e televisione, in questo senso, che tipo di impatto hanno sulla nostra percezione del mondo?
Sono due droghe. Creano dipendenza e follia che poi si ritorce nel nostro presente. Tanti mi dicono: “Ho seguito il tuo spettacolo, però certe parti ci portano a diventare pazzi”. Allora scegliamoci la pazzia giusta! Dichiariamo guerre, vediamo morti: questa pazzia è meglio o peggio di quella che si può augurare con una poetica diversa? Forse il problema è proprio non scegliere, o scegliere senza consapevolezza. Ci sono sicuramente pazzie migliori di altre, io ve ne suggerisco una!
Mi ha colpito la tua frase «Un’asta dei pensieri. Cerco il miglior (s)offerente per mettere all’incanto il verso delle cose: magari d’uccello o di poeta». Una dichiarazione d’intenti interessante: oggi, che valore ha questa idea di mettere all’incanto il pensiero?
Se fossi morto questa frase avrebbe un altro riscontro. Da vivo, stanco come sono, è la summa del mio pensare. L’incanto ci fa paura: è meraviglia, stupore, qualcosa di indimostrabile. Cerco di metterlo al miglior offerente, a chi vorrebbe usarlo, al meno sofferente, a chi ne ha bisogno… forse anche a chi non sa di averne bisogno. Andare oltre il giudizio: giudicati, spregiudicati, malgiudicati, ma anche osservati e sentiti. L’essere umano ha finito l’umanità. Tutto ciò che vediamo è umano: subumano, disumano, ma sempre umano. Quando andremo oltre? Non per essere Dio, ma per aspirare all’anima… forse lì si apre qualcosa. Non è religione. Ventura e Faggin raccontano già quanta luce, frequenza, onda emaniamo… ma forse non ascoltiamo.
Parli spesso di frequenza, di percezione, di capacità di entrare nell’altro: come si costruisce questa sensibilità?
È difficile, perché ognuno ha la sua frequenza… il suo “budDio”, diciamo. Arriva tutto con meditazione, coscienza, preghiera. La parola comunicazione la odio. Il vero cambiamento avviene quando ci si immedesima. Conosciamo bene parole come empatia, simpatia, pietas. Bisogna diventare l’altro, la persona che abbiamo davanti, o l’altro inteso in senso più ampio, anche con il corpo, con i gesti, con le posture. Quando metti le mani davanti agli occhi, il corpo capisce prima della mente. Le percezioni devono portarci lì. Poi la frequenza diventa abitudine, naturale… quasi inevitabile.
Nel tuo percorso artistico hai sempre affiancato un’attenzione forte ai temi sociali e agli ultimi: quanto è centrale questo aspetto nel suo lavoro?
Noi li definiamo “ultimi” così perché li abbiamo lasciati così. Abbiamo scelto di farli diventare ultimi. Un artista, un altrista, non può limitarsi al proprio mondo: deve farlo a 380 gradi, 25 ore al giorno. Gli animali sentono la tempesta, gli uragani, anche la sofferenza. Noi abbiamo dimenticato l’altro, lo abbiamo sepolto dentro infrastrutture legate all’ego. Questa ubriacatura ha creato primi e ultimi… e forse non ce ne accorgiamo nemmeno.
E allora, cosa ti colpisce di più, in negativo, osservando la società di oggi?
Persone che si comportano come degli dei, senza esserlo davvero. Si sentono primi senza capire chi sta dopo. Un modo di definirsi attraverso il proprio atteggiamento, il proprio vestito, il proprio mondo. Ne vedo molti, troppi. Persone intelligenti che riescono solo a ballare con se stesse… e lì si perde il senso.
Come si resiste a questo scenario senza perdere sé stessi?
Non stando soli. Ho una compagna, figli, persone con cui lavoro. Però la solitudine esiste da anni. Non è quella di chi sta in un eremo: è vedere naufraghi che si potrebbero aiutare e invece affondano. Anche persone buone, oddio che parola che crea mille possibilità, si rovinano, si sfregiano, si perdono, inseguono cuoricini, follower. Ti abbandonano. Vanno per la loro strada… e forse è lì che si crea una distanza difficile da colmare.
C’è, allora, una via d’uscita da questa condizione?
Avviene quando smettiamo di non vedere la desolazione degli altri. Il mondo continua, ma l’atomica è già scoppiata… i ghiacci sono già sciolti. Serve meditazione, studio, scienza, arte. Toccare, sentire. Abbiamo tutte queste possibilità, ma ci hanno messi nella paura del “tirare avanti”, nel nostro dovere quotidiano, nella necessità di farci la pensione. Invece bisogna costruire un proprio palinsesto esistenziale: tu sei il direttore generale della tua rete, tu sei la trasmissione, trasmetti… e forse non ce ne rendiamo conto.
Arriviamo a una formula, un manuale esistenziale attraverso anche il tuo spettacolo?
No. Lo spettacolo è metodologia, non istruzioni per l’uso. Non è possibile non mettere in relazione me e il pubblico. Molti fanno lectio e vanno a casa. Non sentono la frequenza. Non è solo conoscenza, è coscienza. Quando diventiamo Dante, Sanguineti, Merini? Possiamo diventarlo… oppure avvicinarci. Io provo a farlo nelle scuole, nelle prigioni, negli ospedali. Ma è un terreno minuto. Oggi abbiamo un problema di sedazione: siamo sedati… e forse accettiamo troppo. E intanto fai male a non venire a vederlo!
Mi piace anche affrontare un tema così delicato e condividerlo: quanto pesa oggi il tema della salute mentale, soprattutto tra i più giovani?
Non sappiamo riconoscere una persona malata. Accettiamo tutto, anche la follia distruttiva. Siamo arrivati a livelli altissimi di violenza, anche tra minorenni. È un fenomeno emulativo. I ragazzi copiano, hanno esempi potenti. Non è censura, è cesura: distinguere artista, cantante, poeta… capire cosa si sta trasmettendo davvero. La famiglia e la scuola devono intervenire. La politica non ha la poetica per affrontare davvero questi temi. Serve una ricerca dell’anima universale… anche se sembra lontana.
Alla fine di questo percorso, senza più certezze, forse resta prezioso il dubbio: può essere una forma di esercizio della conoscenza?
Sì. L’asta dei pensieri è questo: farsi domande. Nessuno domerà mai le domande. Se non hai paura, non sei vivo, sei solo spavaldo. E allora apriamo una messa in discussione, messa in cammino, l’ho chiesto anche a dei preti di celebrarla. Diventare autore di te stesso. Non hai bisogno di essere un mito, meglio la mitezza. La mitezza del cambiamento sarebbe preziosa, ma non sempre la scegliamo. Anche la parola “mite” mi interessa tanto, ma solo se non diventa mitezza delle decisioni e delle scelte che poi porta all’immobilismo.
Nei tuoi spettacoli non sembra esserci un tema escluso: è una scelta di apertura totale con il rischio della tuttologia?
Non viene lasciato fuori nulla. Io sono per una visione olistica, totale. Non è superficialità, è solo cercare di abbracciare il tutto senza diventare tuttologi, è ben diverso!
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CHI È Alessandro Bergonzoni. Nasce a Bologna nel 1958. Artista, attore, autore. Quindici spettacoli teatrali al suo attivo e sei libri. Nel cinema: “Pinocchio” (2001) di Roberto Benigni e “Quijotet” (2006) di Mimmo Paladino. Da anni scrive “Aprimi Cielo” sul Venerdì di Repubblica e “Il pensato del giorno” su Robinson, dal 2005 si avvicina al mondo dell’arte esponendo in varie gallerie e musei. Unisce al suo percorso artistico un interesse profondo per temi sociali quali la carcerazione, l’immigrazione, la malattia e la pace tenendo su questi argomenti incontri in vari ambiti.
Ha vinto il Premio della Critica 2004/2005, il Premio Hystrio nel 2008 e il Premio UBU nel 2009.
Dal 2015 ha presentato in varie Pinacoteche Nazionali l’installazione performativa “Tutela dei beni: corpi del (C)reato ad arte (il valore di un’opera, in persona)”. Nel 2020 per Garzanti esce “Aprimi cielo, dieci anni di raccoglimento articolato”. Nel 2022 gli viene assegnata la Coppa Volponi per il lavoro letterario, il Premio Nazionale Cultura della Pace-Città di Sansepolcro e, nel 2023, il Premio Montale Fuori di Casa.
Nel 2024 oltre al debutto di “Arrivano i Dunque” inaugura al Mudima di Milano l’installazione “Vite Sospese” con Bill Viola. Per Art City 2025 presenta “Il Tavolo Delle Trattative”.
Foto di Chiara Lucarelli.







