Cos’era e com’era il Planet Groove? Ce lo raccontano i protagonisti.
“C’è stato un momento, all’inizio degli anni Novanta, in cui Cagliari è stata una capitale della black music. Molto prima di diventare main stream nel resto di Italia e nel mondo, la cultura hip hop, le rime del rap, i suoni del funk e dell’acid jazz avevano messo radici nella nostra città, in perfetta sincronia con le scene underground di Londra, Berlino o New York.
Questo avveniva grazie a un incandescente club settimanale ospitato – guarda caso – nel teatro tenda della Fiera sorto a due passi dall’arena concerti del festival internazionale Jazz in Sardegna, che nei dieci anni precedenti aveva già portato in città il meglio dalla musica afroamericana e molto di più. Iniziò quasi clandestinamente, il Planet Groove. Sotto il tendone si entrava con una tessera nera che divenne ben presto un oggetto del desiderio per chiunque cercasse un’alternativa alle discoteche commerciali.
Al Planet non serviva un biglietto d’ingresso. Ma la tessera era un obbligo tassativo. E per averla, bisognava in qualche modo essere scelti. Per questo diventò ben presto una moda, una specie di smania collettiva, ci fu persino chi provò a falsificarle e a vendersele. Quella card lucida plastificata, con la sagoma dorata del teatro tenda e il nome del possessore, oltre che un free pass era il certificato di appartenenza a una comunità, a una cultura che riscopriva il piacere di ritrovarsi per ascoltare e ballare una musica nuova e vitale, intrisa di jazz, percussioni e umori latini, di sincopi e accenti in levare e non delle solite casse in quattro.
One nation under a groove, era il motto. In pochi mesi erano migliaia i ragazzi del Planet Groove. Sulla plancia di comando un collettivo di deejay – ci facevamo chiamare Soul Funky Family – e i due leggendari promoter Bulla & Saba, che in quegli anni divennero i più corteggiati animali notturni della scena cagliaritana. Alla serata fu dedicata per due edizioni una rassegna di concerti – Summer Grooves- inserita da Massimo Palmas nel cartellone ufficiale di Jazz in Sardegna 1992 e 1993, che portò a Cagliari il meglio della nuova scena soul-funk londinese, tra cui il primo concerto di Jamiroquai, i Soul II Soul, i nuovi discepoli dell’acid jazz Galliano e Brand New Heavies, ma anche deejay di culto come Gilles Peterson e Patrick Forge, che in quegli stessi anni avevano lanciato a Camdem Town le mitiche serate del Dingwalls con l’etichetta Talkin’ Loud.
Nel 1993 fu organizzato dalla capitale inglese uno speciale volo charter, per portare a Cagliari lo staff di MTV e un centinaio tra supporters e musicisti amici, tra i quali Mick Talbot e Dee Cee Lee degli Style Council. Un paio di anni dopo, il grande Maceo Parker con i suoi JB’s – l’inarrivabile sezione fiati di James Brown – accompagnarono sotto il tendone del Planet Groove un party di fine anno entrato nella storia del clubbing e della musica live cittadina.
Questo era il “pianeta del groove” che avevamo sognato insieme a Francesco Abate, Andrea Massidda, Bulla & Saba e ai tanti altri amici deejay e organizzatori che ci hanno aiutato a realizzare – con la complicità fondamentale di un pubblico fantastico, competente, caldo, assetato di buona musica – quello che ancora oggi ci sembra un piccolo miracolo. Il miracolo di aver sdoganato a forma di cultura il mondo del club. Di aver messo la città al passo – e in qualche modo di avere anticipato – i nuovi fermenti musicali di fine secolo.
Dal Planet Groove sono nate realtà come Radio X, che ha trovato casa in uno spazio di comunità come l’Exmà, sempre più inclusivo e votato a quello stesso modo di fare arte e cultura. E dal Planet abbiamo tutti ereditato – giovani e meno giovani – lo stesso piacere di far festa e sentirci famiglia, col cuore sincronizzato sul giusto beat. Ancora una volta, one nation under a Groove”.
(grazie per il testo a Sergio Benoni)






