Gente che fa cose… Stefania Unida tra linguaggi, divulgazione e disabilità invisibili

È una storia di una persona che fa cose, attraversa luoghi, discipline e passaggi personali profondi. Tiene insieme due dimensioni che spesso non dialogano: la precisione della scienza e la complessità delle persone. Microgeobiologia, fossili, rocce, tempo profondo, ma anche corpo, malattia, cambiamento. Quella linea invisibile diventa personale, diagnosi, diventa una vita che cambia ritmo.

Stefania Unida, nata a Cagliari nel 1982, si è laureata in Scienze della Natura, proseguendo con un master e un dottorato in Scienze della Terra tra l’Università di Cagliari e Utrecht, specializzandosi in microgeobiologia, disciplina che studia le tracce lasciate dai microrganismi fossili nella storia del pianeta.

Dopo quasi dodici anni in Inghilterra, è rientrata in Sardegna a fine 2022. Oggi insegna Scienze e Matematica in lingua inglese alla scuola Sacro Cuore-Ludum di Cagliari. Parallelamente, si occupa di divulgazione scientifica e sensibilizzazione sulle disabilità invisibili, anche attraverso il profilo Instagram @prof_drgeek.

Nel 2024 ha ricevuto il premio Donna di Sardegna per il suo impegno nella divulgazione sui temi della scienza e della disabilità. Un riconoscimento che arriva dentro un percorso personale segnato anche dalla convivenza, da oltre quindici anni, con la Sclerosi Multipla.

«Vivere e fare ricerca all’estero mi ha insegnato che la scienza non è solo produzione di dati, ma una lingua viva che deve saper attraversare culture, persone e fragilità diverse. In Olanda e in Inghilterra ho capito quanto conti la capacità di raccontare ciò che si fa, non solo di farlo».

Una visione che si riflette anche nel modo in cui racconta la sua disciplina: «La microgeobiologia studia il modo in cui i microrganismi fossili hanno modellato il nostro pianeta. È come leggere la storia della Terra scritta in una calligrafia minuscola ma potentissima».

Il ritorno in Sardegna è stato un passaggio importante: «Non è stato un passo indietro, ma un atto di radicamento. Dopo anni in cui avevo imparato a stare ovunque, ho sentito il bisogno di stare da qualche parte. Tornare ha significato ricucire scienza e vita, professione e corpo, futuro e memoria». Al centro del suo lavoro c’è anche il tema del linguaggio: «Non è neutro: include o esclude. La vera inclusione nasce quando una persona non ha paura di dire “non ho capito”».

La svolta arriva nel momento in cui decide di raccontare pubblicamente la propria condizione: «Quando ho capito che il silenzio mi stava facendo più male della malattia. La sclerosi multipla è una patologia che ti cambia mentre ti dice di sembrare normale. Raccontarla è stato un atto di sopravvivenza e di verità».

Un passaggio che apre anche a una riflessione più ampia sulle disabilità invisibili: «È difficilissimo farle comprendere, perché viviamo in una cultura che crede solo a ciò che vede. Ma il dolore neurologico, la fatica cronica, il brain fog non fanno rumore. La vera disabilità spesso è non essere creduti».

Il premio ricevuto assume quindi un valore particolare: «È stato un abbraccio della mia terra. Una forma di “ti vediamo”».

Accanto alla divulgazione scientifica, Stefania utilizza anche la narrazione: «La scienza spiega, ma le storie fanno sentire. La narrazione permette di entrare nella pelle dell’altro, ed è lì che nasce l’empatia». Lo stesso approccio guida i suoi progetti audiovisivi: «Il cinema ti guarda negli occhi. Può rendere visibile ciò che normalmente scivola via. È uno strumento politico nel senso più alto».

Guardando al futuro, il messaggio è di coraggio: «La fragilità non è una colpa. La lentezza non è un fallimento. Il valore di una vita non si misura in produttività, ma in presenza, in dignità, in relazioni. E la scienza, quando è fatta bene, serve a prendere le persone sul serio».

Grazie Stefania per aver condiviso la tua storia con noi.

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