Tra sofferenza e luce, filosofia e musica, Giovanni Allevi torna in Sardegna il 30 e 31 maggio per due concerti che si annunciano molto più di semplici esibizioni. Saranno incontri intimi, essenziali, quasi confessioni in musica. Lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata sul presente, sulla paura, sull’arte e sul bisogno di restare umani in un mondo sempre più artificiale.
«Sono sofferente nel corpo ma radioso nello spirito».
Basta questa frase per capire come sta oggi Giovanni Allevi, artista e persona. Una risposta secca che contiene tutto il peso e insieme tutta la luce di questo periodo della sua vita.
In un tempo attraversato da guerre, tensioni e incertezze, gli chiediamo anche come osserva il mondo che ci circonda.
«Mi commuove il sentimento globale di riscoperta del valore della democrazia».
c’è il ritorno davanti al pubblico, un contatto diretto che negli ultimi anni ha assunto un significato ancora più profondo.
«Percepisco un grandissimo affetto da parte del pubblico che spero di onorare nonostante le difficoltà fisiche».
I concerti che porterà in Sardegna avranno una forma essenziale: pianoforte solo, parole, riflessioni. Una scelta che sembra quasi opposta rispetto ai tempi veloci e iperconnessi che viviamo.
«Effettivamente la scelta del piano solo e della riflessione filosofica parlata risultano in controtendenza rispetto ad un mondo sempre più artificiale».
Nel corso della sua vita Allevi ha attraversato momenti complessi, ma la sua risposta al dolore è stata ancora una volta la musica.
«Sul letto d’ospedale durante la lunga degenza oncologica ho composto un Concerto per Violoncello e Orchestra a partire da sette note, nate dalla trasformazione in musica delle lettere della parola Mieloma, la mia neoplasia. L’ho fatto per illudermi di avere la meglio sul mostro incurabile».
Da sempre, accanto al compositore, convive anche il pensatore. Filosofia e musica sembrano procedere insieme nel suo percorso umano e artistico.
«La Filosofia è l’altro grande pilastro della mia vita. Mi regala il rischio di essere uno spirito libero in un mondo accademico musicale che spesso non si chiede dove sta andando».
Ai tanti giovani che oggi sognano di fare musica, Allevi lascia un messaggio molto netto, quasi una presa di posizione contro il tempo dei numeri e delle statistiche.
«Lo ripeterò fino all’ossessione: non pensare ai numeri. Gli streaming e le visualizzazioni avvelenano l’anima artistica perché la tengono incollata alla validazione esterna. Preoccupati piuttosto di creare qualcosa di straordinario».
E parlando della Sardegna, riaffiorano anche ricordi personali.
«Dopo un concerto a Bauladu mi è stato regalato il Cavallino di legno, un manufatto con cui i bambini hanno giocato per generazioni. Mi si stringe il cuore al pensiero che un mondo autentico, reale, antico, si stia dissolvendo sotto i subdoli colpi dell’intelligenza artificiale».
Se dovesse scegliere una composizione capace di rappresentarlo completamente, la scelta ricade sull’ultima opera scritta.
«Sicuramente l’ultima, il Concerto “Joie de vivre” per Chitarra e Orchestra, composizione ancora non pubblicata. Racconta in note un percorso interiore dal buio alla luce».
Il senso più profondo dei concerti sardi di maggio si anticipa anche ai nostri taccuini.
«Salirò sul palco non solo per far sentire la mia musica ma per celebrare la gioia della vita».
Ma quando nasce davvero un artista? Ci incuriosisce saperlo. La risposta di Allevi è lontana da qualsiasi idea di successo immediato o consenso facile.
«Sei sulla strada della vera arte non quando vieni riconosciuto da tutti. Al contrario. Quando regali al mondo un’opera non immediatamente comprensibile ma che continuerà a parlare alle generazioni future».
Nel corso degli ultimi anni, la salute mentale è diventata anche una pratica quotidiana di ascolto e disciplina personale.
«Dopo quattro anni di sofferenza e paura per il domani incerto, posso dire che sono di grande aiuto la camminata di un’ora tutti i giorni, la respirazione lenta e profonda e la meditazione per cercare il vuoto interiore».
E sul futuro, oggi, il suo sguardo sembra essersi trasformato. Meno proiettato in avanti, più ancorato al valore del presente.
«Ora il mio futuro è piuttosto un presente allargato, dove ogni alba è una promessa, ogni tramonto un arrivederci».
Grazie Maestro!







