Parlare con Nicola Pirina significa inevitabilmente parlare di uno che “fa cose” pensando al futuro. E la gente che fa cosa ci interessa sempre, anche per provare a capire di più e conoscere gli universi che rappresenta, spesso non direttamente percepibili.
Imprenditore nell’industria dell’innovazione, consulente strategico, policy advisor e scrittore, è presidente del CIS – Consorzio Innovazione Sardegna, dell’Associazione Sardegna 2050 e fondatore di Kitzanos. Da anni lavora sui temi della trasformazione digitale, dell’intelligenza artificiale e dello sviluppo territoriale, collaborando con imprese, istituzioni e pubbliche amministrazioni.
Oggi, a 52 anni, è consulente della Regione Sardegna sui temi dell’innovazione e delle politiche per il futuro, con particolare attenzione alla trasformazione digitale, ai giovani, alla ricerca e alla costruzione di nuovi ecosistemi territoriali. Nei suoi interventi pubblici insiste spesso su un concetto: la Sardegna non deve limitarsi a subire il cambiamento, ma contribuire a costruirlo.
Lo abbiamo incontrato settimane fa per una conversazione aperta che parte dalla tecnologia e arriva alle persone, passando per la Sardegna, la politica e i dissapori della gente, la sensibilità e il coraggio di immaginare un futuro diverso, ma anche per raccontarlo fuori dai ruoli.
Nicola, chi sei oggi?
Domanda semplice, risposta complicata. Sono uno che ha smesso di cercare un’etichetta. Per anni ho provato a spiegarmi attraverso parole come consulente, strategist o innovatore, ma la verità è che faccio una cosa sola: metto insieme pezzi che normalmente non si parlano. Tecnologia, politica, territori, persone. Il mio lavoro è creare connessioni che ancora non esistono.
Se dovessi consigliare qualcosa a un ragazzo di vent’anni?
Gli direi di non cercare di essere utile al sistema, ma di capire dove il sistema è rotto. Poi gli direi anche una cosa più brutale: se aspetti che qualcuno ti dia il permesso, sei già fuori gioco.
Parli spesso di futuro. Ma cos’è davvero il futuro oggi?
Il futuro non è un tempo. È una responsabilità. Abbiamo sempre pensato al futuro come qualcosa che arriva. È un errore. Il futuro è già qui, ma distribuito male e soprattutto pensato poco. Oggi il problema non è la mancanza di innovazione. È l’assenza di visione. Siamo pieni di tecnologia e poverissimi di direzione.
Sardegna: limite o opportunità?
Dipende da quanto sei disposto a rompere le regole. Se pensi alla Sardegna come periferia hai già perso. Se inizi a considerarla come laboratorio cambia tutto. L’isola non è un vincolo ma un sistema sperimentabile. La Sardegna potrebbe diventare una delle piattaforme più avanzate d’Europa per testare nuovi modelli di governance, innovazione e sviluppo territoriale. Il punto è capire se vogliamo davvero farlo.
Parli di GovTech, ecosistemi e piattaforme. Cosa significa concretamente?
Significa che lo Stato non può più funzionare come nel Novecento. Serve passare da una logica burocratica a una logica di infrastruttura intelligente. Non si tratta semplicemente di portare la tecnologia nella pubblica amministrazione, ma di ripensare il rapporto tra cittadini, dati e decisioni pubbliche. Significa anticipare i problemi invece di rincorrerli e utilizzare l’intelligenza artificiale per governare meglio. Altrimenti stiamo soltanto digitalizzando il caos.
Sei molto critico verso il sistema italiano. Perché?
Perché lo conosco. L’Italia è un Paese incredibile che spesso riesce ad autosabotarsi. Abbiamo talento, creatività e visione. Quello che manca è la capacità di esecuzione. Siamo pieni di persone che spiegano cosa bisognerebbe fare e molto meno di persone che lo fanno davvero.
Hai parlato di “sindrome della lavagna”. Cos’è?
È quella situazione in cui hai qualcosa da dire ma ti blocchi perché sai che qualcuno ti sta guardando. Abbiamo una paura enorme di esporci, di sbagliare e di essere giudicati. Così finiscono per parlare sempre gli stessi. E spesso non sono quelli che hanno più cose da dire.
Qual è una paura con cui hai imparato a convivere?
La paura di sprecare tempo. Non nel senso produttivista del termine, ma umano. Ho imparato che il tempo è la vera moneta della vita. Puoi perdere soldi, ruoli e occasioni. Ma il tempo che non hai usato per amare, creare, capire, ascoltare o cambiare qualcosa non torna più. Convivere con questa paura mi ha reso meno superficiale e più radicale nelle scelte.
Hai un luogo in Sardegna dove torni quando sei stanco?
Sì. Il mare d’inverno. Oppure il lago del Gusana. O le Cumbessias di Monte Gonare. Più che un luogo preciso, la Sardegna quando si svuota. Credo che la nostra isola abbia una capacità terapeutica che spesso sottovalutiamo. Quando sono stanco cerco spazi dove si sente ancora il rumore del vento più forte del rumore delle persone.
Passo indietro, ricordi. Cosa ti rendeva felice a dieci anni e cosa a vent’anni?
A dieci anni la scoperta. Smontare le cose, immaginare mondi, fare domande continue. A vent’anni mi rendeva felice l’idea che il futuro potesse essere rivoluzionato e diventare diverso da come ce lo descrivevano. Oggi penso che una delle tragedie contemporanee sia che molti ragazzi smettano troppo presto di credere di poter incidere sul mondo.
Nessuna persona è un’isola. Tre persone sconosciute che meriterebbero di essere ricordate?
I maestri silenziosi che hanno insegnato nei paesi dimenticati senza finire sui giornali. I piccoli imprenditori che hanno resistito senza chiedere applausi. E tutti quei visionari locali che avevano idee troppo avanti rispetto al loro tempo e che spesso sono stati scambiati per eccentrici. La Sardegna è piena di persone che hanno costruito valore senza costruirsi un personaggio.
Più di una persona mi ha cambiato. E spesso non erano persone potenti o famose. Mi hanno cambiato persone incontrate per pochi minuti, persone fragili, persone coraggiose, persone che hanno sofferto senza perdere la gentilezza. Credo che siamo molto più influenzati dagli incontri autentici che dai modelli costruiti artificialmente.
A proposito di persone che hai incontrato. Il peggior consiglio che ti hanno dato?
“Aspetta il tuo turno.” In molti territori periferici si insegna ad aspettare invece che a costruire.
E il migliore?
“Non diventare mai compatibile con qualcosa che senti sbagliato.” Credo che molte persone perdano sé stesse tentando di essere accettate.
Oltre il lavoro, quali emozioni sente di avere Nicola Pirina?
Uno che osserva molto. Uno che si emoziona ancora e che ha smesso di vergognarsene. Uno che prova a tenere insieme visione e concretezza senza diventare cinico. Mi interessano profondamente le persone, le loro fragilità e le loro possibilità. Innovazione, politica e tecnologia hanno senso solo se migliorano davvero la vita delle persone.
Che musica ascolti quando hai bisogno di rimettere ordine nei pensieri?
Dipende dal momento. Ascolto molta musica che abbia profondità emotiva e visione. Dal cantautorato alla musica elettronica più atmosferica. Ci sono giorni in cui servono De André e Rino Gaetano, altri in cui serve il silenzio. Altre volte Piaf o Sinatra. La musica è una forma di architettura interiore.
C’è una frase che metteresti, se potessi, sui cartelloni delle città sarde?
“Non abituatevi al declino.” Perché la rassegnazione rischia di diventare una normalità culturale. E invece i territori cambiano quando qualcuno smette di considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.
In cosa ti senti fragile?
Nella sensibilità. Chi sente molto spesso paga molto. Ma penso che la sensibilità sia una forma di intelligenza evoluta e non una debolezza.
Tre libri che consiglieresti a chi ci sta leggendo?
Impossibile sceglierne tre. Sto costruendo una biblioteca che assomiglia sempre più ad Alessandria. Posso dire però che oggi più che mai serve leggere per capire cosa succede dentro di noi e cosa sta succedendo attorno a noi.
Ti senti più in fuga o in ricerca e cosa fatichi a mostrare?
In ricerca. La fuga contiene paura. La ricerca contiene desiderio. E credo che la curiosità sia una delle ultime forme di libertà rimaste. La stanchezza. Chi lavora sulla visione spesso sente il peso della distanza tra ciò che potrebbe esistere e ciò che esiste davvero.
Hai mai avuto la sensazione di ricominciare da zero?
Molte volte. E col tempo ho capito che ricominciare non è una sconfitta. È una forma di evoluzione. Le persone più vive che conosco hanno avuto il coraggio di smontarsi e ricostruirsi più volte.
Cosa ti commuove senza motivo?
Gli atti di gentilezza. Le persone che aiutano senza fare marketing di sé stesse. Ogni volta che incontro questo tipo di umanità mi ricordo che esistono ancora motivi seri per fidarsi degli esseri umani.
E ora parliamo di quel che accade oggi. Che sensazioni hai rispetto al malumore generale verso la politica e gli amministratori?
Capisco profondamente la sfiducia. Per anni la politica ha comunicato più potere che servizio. Però bisogna fare attenzione: se le persone smettono completamente di partecipare, alla fine decidono sempre altri. Il problema non è soltanto la politica. È la distanza crescente tra istituzioni, vita quotidiana e futuro. È lì che si genera gran parte della frizione che oggi percepiamo.
Di cosa ti occupi nel tuo ruolo regionale e come lo spiegheresti a un cittadino?
Mi occupo di strategie legate all’innovazione, alla trasformazione digitale, alle politiche del futuro e alla costruzione di ecosistemi territoriali competitivi. Tradotto: provo a lavorare perché la Sardegna non subisca il futuro ma partecipi a costruirlo. Significa occuparsi di giovani, formazione, imprese, ricerca, intelligenza artificiale, space economy e nuovi modelli di pubblica amministrazione.
Molti cittadini vivono una quotidianità precaria. Non è un salto troppo lungo parlare di innovazione?
In realtà è il contrario. Proprio perché esiste precarietà bisogna parlare di innovazione. Se un territorio perde giovani, lavoro qualificato, servizi e prospettive, non lo salvi con la nostalgia. L’innovazione non è costruire applicazioni futuristiche. È creare condizioni migliori per la vita reale delle persone. La sfida è evitare un’innovazione estetica e costruire invece innovazione sociale, educativa, industriale e territoriale.
Come riuscire a far credere alle tue parole a chi ti dice “facile, Nicola, ma anche tu sei parte del sistema?”
Oggi mi impegno come mi sono sempre impegnato. Stare seduti sulla riva del fiume o star fermi a braccia conserte non porta nessuno cambiamento né tentativi per lo stesso. Se non ci si impegna in prima persona mettendoci la faccia ci si sottrae al proprio pensiero e convincimento. Chi semina utopia raccoglie realtà, diceva un saggio.
La gente oggi ha bisogno di speranza e fiducia. Da cosa si riparte?
Dalla realtà. La speranza senza realtà è solo marketing motivazionale. Bisogna ripartire dalle comunità, dai territori, dall’educazione, dalla qualità delle relazioni, dal coraggio di dire la verità e dalla capacità di costruire cose concrete insieme. E soprattutto bisogna smettere di convincere i giovani che il loro futuro debba necessariamente esistere altrove.
Se qualcuno volesse contattarti?
Sono abbastanza presente online. Mi interessa confrontarmi soprattutto con giovani, amministratori, imprese, ricercatori, studenti e persone che hanno idee concrete o visioni nuove sui territori, sull’innovazione e sul futuro della Sardegna. Credo molto nelle connessioni autentiche e nella contaminazione tra mondi diversi.
Lasciaci un messaggio finale.
Non aspettate il momento giusto. Non arriva. E soprattutto non cercate consenso immediato. Le idee forti all’inizio danno fastidio. Se vi capiscono subito, probabilmente state dicendo qualcosa che qualcuno ha già detto prima di voi.






