La nuova deviazione della 195 sta insegnando a migliaia di cagliaritani una cosa che probabilmente ignoravano: esistono posti della Sardegna che non avrebbero mai visto se non fossero stati costretti dai lavori stradali.
Tu parti da Cagliari convinto di andare a Pula o magari a Santa Margherita. Magari hai appuntamento, magari devi lavorare, magari stai semplicemente cercando di raggiungere il mare dopo una settimana chiuso in ufficio. Invece dopo pochi minuti ti ritrovi catapultato in una specie di safari infrastrutturale.
Le prime a comparire sono le saline. Poi arrivano i canali, i bacini d’acqua, vecchie strutture industriali che sembrano uscite da un film ambientato in una Sardegna che nessuno racconta mai. Ogni curva regala un paesaggio diverso. Per un attimo ti dimentichi persino della coda.
Poi te ne ricordi.
Il percorso ha anche qualcosa di affascinante. Il problema è che, come spesso accade da queste parti, i lavori arrivano nel momento esatto in cui la strada serve di più. Solo in Sardegna, possiamo dirlo?
Giugno, luglio, agosto. Migliaia di persone che ogni giorno devono raggiungere Pula, Santa Margherita, Chia, le spiagge, i campeggi, gli alberghi, i ristoranti. Residenti, lavoratori, turisti. Tutti insieme a fare conoscenza con strade che fino a ieri nemmeno sapevano esistessero.
A un certo punto il paesaggio cambia ancora. La vegetazione si fa più fitta. La strada attraversa tratti che sembrano quasi una foresta. Se non fosse per le auto davanti e dietro penseresti di esserti perso.
Il navigatore continua a ripetere che sei sulla strada giusta, mi fa i complimenti, dice pure bravo Tixi, ma dentro di te qualche dubbio rimane.
Allora arrivano domande filosofiche: possibile che in Sardegna non si riesca mai a fare un lavoro importante senza trasformare gli spostamenti quotidiani in una prova di resistenza?
I lavori vanno fatti. Le infrastrutture servono, eccome, ma qui sembra sempre di vivere in una regione dove la programmazione è un concetto filosofico.
Ogni estate c’è una strada chiusa, una carreggiata ridotta, una deviazione improvvisa, un cantiere che compare come un fungo dopo la pioggia. E puntualmente colpisce quando le persone si muovono di più.
Lo ammetto: il tragitto verso Pula diventa un’esperienza immersiva. Parti per andare al mare e finisci per fare un viaggio dentro la Sardegna delle opere pubbliche, delle deviazioni, dei cartelli temporanei che diventano permanenti e dei tempi di percorrenza che assumono una dimensione creativa.
La cosa più incredibile è che, dopo qualche giorno, inizi quasi ad affezionarti al percorso. Riconosci le saline. Saluti mentalmente i bacini. Individui quel vecchio edificio industriale che ormai è diventato un punto di riferimento. Ti orienti tra curve e incroci come un esploratore.
Poi però guardi l’orologio e ti passa subito la poesia.
Perché va bene scoprire nuovi paesaggi. Va bene riscoprire angoli nascosti del territorio. Va bene perfino trasformare un tragitto in un’avventura. Ma ogni tanto sarebbe bello anche riuscire semplicemente ad andare da Cagliari a Pula senza dover attraversare un capitolo aggiuntivo della storia della viabilità sarda.






