Osservare un volto, andare oltre l’immagine e provare a raccontare ciò che rappresenta.
Oggi “facciamo cose” con Michele Cara: 31 anni, ha costruito attorno alla pittura non soltanto una ricerca artistica, ma una professione a cui dedica ogni giorno tempo, disciplina e attenzione. Nei suoi lavori attraversa musica, cinema, sport, cultura pop e figure che hanno lasciato un segno, trasformandole nelle sue “Icone”. Sardo e profondamente legato alle proprie origini, racconta il suo percorso, il processo creativo e un modo di intendere l’arte che, nell’epoca della velocità e dell’intelligenza artificiale, continua a partire dal lavoro manuale.
Se dovessi presentarti a chi non ti conosce senza dire che sei un artista come ti racconteresti?
Sono un osservatore. Mi perdo nei dettagli e amo il silenzio e ammetto di essere un uomo di poca pazienza. Mi piace pensare di essere molto selettivo. Non sopporto perdere tempo. Sono prudente, schematico e razionale ed esco dagli schemi solo quando l’istinto prende il sopravvento.
Ti dedichi totalmente all’arte oppure fai anche altro? Domanda pericolosa, ma necessaria!
Da sei anni a questa parte mi dedico totalmente all’arte ogni giorno della mia vita. Mi occupo di tutto: dalla produzione delle opere al catalogo, al sito web, alla realizzazione di foto e video e al montaggio dei contenuti per i social. Curo i rapporti con i miei collaboratori, seguo le trattative e le vendite, faccio consulenze e realizzo mockup grafici per mostrare le mie opere negli spazi dei clienti. Faccio sopralluoghi, gestisco la logistica, i montaggi e le spedizioni. Tengo i rapporti con i miei collezionisti e sono sempre disponibile per qualsiasi richiesta. Quattro anni fa ho avuto la possibilità di lavorare in una galleria d’arte come consulente vendite durante le stagioni estive ed è un’attività che svolgo tuttora. È sicuramente un’esperienza che mi ha insegnato moltissimo e che mi serve ogni giorno per svolgere al meglio la mia professione.
La tua età, 31 anni, ti etichetta ancora – tipico italiano – negli artisti “giovani”: lo senti come un peso? E soffri quando vieni ancora considerato meno per via dell’età?
Sono fortemente convinto che l’età non conti nulla in questo mondo. Conta chi sei e cosa fai. Mi sento fortunato ad aver iniziato questo percorso sei anni fa e ad aver scelto questa vita. In realtà è come se fossi appena nato, ed è un punto di forza: ho tutta la vita davanti per portare avanti ciò che sono. Mi capita spesso di sentirmelo dire, perché in Italia l’arte non è ancora riconosciuta come un lavoro vero, ma questo non mi pesa. Il riconoscimento, come il denaro, è una conseguenza di ciò che fai e soprattutto come lo fai. Penso che grazie a dedizione, perseveranza e disciplina tutto arrivi a suo tempo. Questo è il mio obiettivo di vita, il resto è un contorno. Sono concentrato su ciò che faccio e non ho nessuna preoccupazione che possa impedirmi di arrivare dove voglio. È inutile pensare a come ti vedono o ti etichettano gli altri. Sto costruendo il mio futuro e non spreco energie in paranoie o distrazioni, di conseguenza non do peso ai giudizi di chi ha da ridere su chi sceglie questa professione.
Oggi, stai raccontando personaggi della musica, del cinema e della cultura pop. Cosa ti affascina di un volto? Quando capisci che quella persona merita di diventare una tua “Icona”?
Come tutti, ho gusti personali, preferenze e idoli. Parto spesso dai miei film preferiti, dai musicisti, dagli artisti e dagli sportivi che hanno segnato il mio percorso. Sono attratto soprattutto dalla loro storia, da tutto ciò che c’è dietro. Oltre ai miei progetti, lavoro molto su commissione: mi piace perché scopro nuove icone e, di conseguenza, le loro vite. Ciò che mi interessa non è soltanto il volto, ma ciò che rappresenta: la forza, la determinazione e il percorso che li ha portati dove sono. È questo che mi fa capire quando una persona merita di diventare una mia icona.
Come nasce la tua voglia d’arte? E qual è stata la tua prima opera assoluta?
Mi sono avvicinato all’arte da giovane. Ho sempre disegnato e ho passato gran parte della mia infanzia così. Ho scelto il liceo artistico e ho poi proseguito con l’Accademia di Belle Arti di Sassari. Durante la pandemia mi sono riavvicinato alla pittura dopo un periodo di totale distacco. Ho iniziato a studiare come miscelare additivi e colori a olio e mi sono innamorato di questa tecnica. La mia prima opera in assoluto, quella che considero l’origine di tutto, è un quadro 120×100 cm a olio su tela che ho intitolato ‘La Chiamata’. È stato il mio primo vero esperimento e ci ho lavorato per sei mesi. È stato come un ritorno alle origini e lì mi sono reso conto che quella sarebbe diventata la mia strada. È stato un segnale chiaro, l’inizio del mio percorso e della mia vocazione.
Quanto c’è di Michele Cara dentro ogni quadro?
Dentro ogni quadro c’è tutto di me. Ogni lavoro rispecchia le mie caratteristiche: selettività, disciplina, pazienza, perseveranza e precisione, con una cura dei dettagli quasi maniacale. È il mio modo di essere che costruisce l’opera e i suoi dettagli, non solo la tecnica. Ogni quadro è una parte di me.
Quanto tempo passa dall’idea iniziale al momento in cui dici: “È finita, questa tela non la tocco più”?
Il fattore tempo per me è fondamentale. Bisogna stare nei tempi prefissati, seguire un calendario e rispettarlo. Se così non fosse, sarei ancora a lavorare alla Chiamata. Per ogni opera mi imposto un limite di tempo e rispetto sempre le mie scadenze. Credo faccia bene alla testa e alla disciplina. Quando arrivo alla data prestabilita, l’opera è terminata. Non la tocco più.
Come funziona il tuo processo creativo?
Quando inizio una nuova icona scelgo la fotografia di partenza e realizzo uno studio digitale con la tavoletta grafica, definendo composizione, palette e colori. Quando l’immagine è chiara, inizia il disegno vero e proprio: preparo una quadrettatura a matita che servirà per mantenere le proporzioni esatte, traccio il disegno, lo fisso con un marker acrilico e inizio la pittura. La parte realistica è realizzata a olio in bianco e nero, mentre i colori pop sono in acrilico. Successivamente applico la foglia d’oro e definisco i contorni finali con il marker nero. Ho sempre puntato sulla qualità più che sulla quantità e sono fermamente convinto che le cose fatte bene richiedano cura e anche per questo utilizzo esclusivamente materiali di massima qualità per garantire solidità, durata e fedeltà cromatica a ogni icona.
Cagliari compare in qualche modo nei tuoi lavori?
Devo dire che nei miei lavori non ho mai rappresentato Cagliari in sé, ma posso dire che la Sardegna è stata il punto di partenza del mio percorso. Sono molto orgoglioso di essere sardo e proprio per questo le prime icone che ho realizzato sono state figure sarde di spicco come Grazia Deledda, Francesco Cossiga, Mario Sironi, Elisabetta Canalis e, per quanto riguarda la musica, Praci. Da lì ho diviso il progetto in filoni: premi Nobel come Grazia Deledda, politici, pittori e artisti, figure del mondo dello spettacolo e della musica. Ho iniziato da coloro che hanno portato la Sardegna lontano e ho sviluppato questi filoni nel tempo. Quindi Cagliari e la Sardegna non compaiono direttamente come soggetto, ma sono presenti nelle mie origini e in quelle del mio lavoro e nella direzione che ho scelto di seguire.
Viviamo in un’epoca in cui tutti scorrono immagini in pochi secondi e in cui l’Intelligenza artificiale minimizza il processo. Tu invece realizzi opere che chiedono tempo e attenzione. Pensi che oggi l’arte debba anche insegnare a rallentare?
Sì, ne sono fortemente convinto. Sono un pittore vecchio stampo, mi piace preparare i colori, dipingere a mano e lavorare a olio, anche se questo richiede tempi più lunghi rispetto ad altre tecniche. Con le velature e i livelli ottengo un risultato più soddisfacente e, a mio avviso, più vero. Oggi la produzione artistica è cambiata: c’è una grande richiesta, bisogna fare tanto e farlo velocemente e la tecnica non è più considerata un plus, non è più l’elemento che distingue gli artisti. Ho scelto di offrire un prodotto di nicchia, per chi apprezza e riconosce il bello e il valore del fatto a mano, quindi un’opera unica, realizzata da un essere umano e non un’immagine vuota e senza anima generata dall’AI. Riconoscere i tempi di realizzazione serve anche a questo: a rallentare, a fermarsi davanti a un’opera e magari stupirsi. Questo oggi risulta sempre più difficile, perché saltiamo da un’informazione all’altra in pochi secondi e anche le mostre si stanno trasformando in eventi interattivi pensati per essere fotografati e condivisi sui social. In questo contesto, credo che l’arte possa ancora insegnare a rallentare.
Se tra cinquant’anni qualcuno trovasse una tua opera senza sapere nulla di te, quale vorresti fosse il primo pensiero che gli viene in mente?
È difficile esprimere un giudizio completo osservando un’opera d’arte senza conoscere la vita e il percorso dell’artista: puoi dare solo un’impressione estetica. L’arte ha bisogno di essere raccontata, di una poetica e di una critica che la elevino. Se qualcuno dovesse trovare una mia opera tra cinquant’anni, mi piacerebbe che si soffermasse sui dettagli e che quell’immagine gli comunicasse qualcosa, qualsiasi emozione o curiosità, non importa quale. L’importante è che l’opera riesca a creare un contatto con lo spettatore, anche senza sapere nulla di me.
Noi raccontiamo persone che fanno cose. Tu, invece, attraverso i tuoi quadri racconti persone che hanno lasciato un segno. C’è una persona comune, magari incontrata per strada a Cagliari, che secondo te meriterebbe di diventare una tua Icona? Perché?
Sì, ho realizzato l’icona di Differentlopol, un artista e amico che conosco da più di quindici anni e con cui ho condiviso diversi momenti della mia vita. Non conosco nessuno come lui, per questo ho pensato di dedicargli un’icona. Siamo due persone diametralmente opposte ma in qualche modo funzioniamo. Penso che abbia qualcosa che brilla dentro, un potenziale enorme, e sono sicuro che prima o poi sarà chiaro a tutti ciò che per me lo è da quindici anni a questa parte. Penso inoltre che questa sia la dimostrazione che l’iconicità non appartiene solo ai personaggi famosi ma spesso si trova nelle persone più comuni, quelle che incroci nella tua vita e che, per qualche motivo, lasciano davvero un segno.
Se dovessi dire ad altri giovani di fare arte, quale potrebbe essere il tuo appello?
Credo che tutti noi facciamo arte e siamo arte. Per me l’arte è ciò che siamo davvero. Per alcuni è più facile riconoscerla, per altri più difficile: dipende dal tempo che serve per capirsi e individuare ciò in cui si brilla. Chi lo scopre prima è avvantaggiato, perché ha più tempo per nutrire la propria arte e farla crescere. Spesso pensiamo all’arte come pittura, scultura, musica. In realtà esistono infinite forme di arte: l’arte della vendita, l’arte oratoria, l’arte del carisma, l’arte nello sport. Ognuno di noi ha qualcosa che lo distingue. Sta a noi scoprirlo, ascoltarlo, abbracciarlo e condividerlo. Una volta che capisci in cosa sei bravo, devi lavorare duramente e con costanza, senza farti scoraggiare. I periodi bui e difficili ci sono e ci saranno sempre: servono voglia, determinazione e pazienza. Non esistono scorciatoie, le considero trappole. L’arte deve uscire naturalmente, così com’è nata, senza forzature. E non bisogna mai abbandonare la nave: se non hai la convinzione, prima di tutto verso te stesso e verso ciò che fai, allora hai sbagliato strada ed è meglio cambiare. Ma se la convinzione c’è, bisogna restare, crescere e continuare. Questo è il mio appello: trovare la propria arte, qualunque essa sia, e portarla avanti con autenticità.







