Matatunno, Luigi Amat e la sua prima fatica da scrittore

“La scrittura è stata da sempre per me una esigenza. Potrei essere  inquadrato con una certa precisione nella definizione di grafomane”. Così si presenta Luigi Amat, avvocato cagliaritano, alla sua prima fatica da scrittore. Sempre ponderato, garbato, ironico ma mai fuori dalle righe. L’ho conosciuto tanti anni fa e lo ritrovo oggi con un libro. Il suo Matatunno, per intenderci, va molto bene. Un gruppo di amici dei primi anni Sessanta, una storia che riprende molte nostre esistenze con i suoi intrecci e i suoi risvolti.

Comincerei con una didascalia facile facile: un avvocato – cagliaritano – che si misura con la scrittura: “Ci  sarebbe da indagare sulla genesi di questa propensione, probabilmente  legata al gusto di cercare di bloccare gli attimi del tempo che fugge  senza che ce ne accorgiamo, un po’ con lo stesso meccanismo che avviene per la fotografia, cui pure mi sento molto legato. Dico questo perché ho sempre scritto molto mentre studiavo, come a cercare di potenziare la  parte visiva della mia memoria, e ho amato prendere appunti sui viaggi  che ho fatto, per quanto ho potuto e col solo limite di non rovinare il  momento che stavo vivendo”. I viaggi, occasione per trovare nuovi spunti: “Mi capitava  spesso di buttare giù qualche appunto prima di addormentarmi, nonostante  la stanchezza del momento, riponendo in uno scrigno le emozioni vissute”.
E poi i mentori: “Potrei sostenere che un’innata propensione sia stata alimentata, negli  anni, giorno per giorno, da ottimi insegnanti, dal gusto per la lettura  e dall’interesse per le lingue e, in misura ancora maggiore, dalla  palpabile atmosfera familiare, nella quale i bei libri hanno sempre avuto un’attenzione speciale che io respiravo passivamente, da più piccolo e più ignorante.

– Come nasce l’idea di passare dagli appunti a un libro?

L’idea di scrivere un libro non saprei proprio dire da dove possa nascere, perché ancora non mi è venuta. Matatunno è nato per volontà propria e non mi è restato che prenderne atto. Mi rendo conto che suoni strano, ma le cose sono andate esattamente così. Più o meno un anno fa decisi di provare a scrivere un racconto, più che altro per capire se la
fantasia che da bambino avvertivo fervida fosse stata compromessa dalla vita di adulto, come da antipatiche sensazioni che avvertivo oramai da qualche anno. Così presi un quaderno e una matita e, appoggiato alla testiera del letto, quando la città dormiva, ho iniziato a dedicare qualche ora ogni giorno a questo esperimento. Per l’occasione decisi anche di attribuire ai personaggi i nomi di un gruppetto di miei cari amici storici di fuori, che un tempo riuscivo a frequentare molto più spesso e che negli ultimi sette o otto anni ero riuscito quasi solo a sentire per telefono. Nella mia idea era un modo alternativo per spendere nuovamente un po’ di tempo insieme. Se fossi riuscito a scrivere una storia con un capo e una coda, gliela avrei spedita in qualche modo.

– Poi, che accadde? Quella mail, mi pare di capire, è partita…

Decisi che avrei avuto bisogno di una copertina per dare al racconto sembianze di libro. Per questo mi rivolsi ad una mia amica di vecchia data, grafica, i cui lavori avevo sempre molto apprezzato. Confidatole la mia idea, mi chiese di leggere il racconto perché, per quanto le sue opere siano di natura astratta, avrebbe voluto trarre dalla lettura la propria ispirazione. Per quanto avvertii una certa violazione dell’intimità del racconto, non potei contestare la legittimità della richiesta e cedetti. Dopo qualche settimana, la mia amica, Enrica Massidda, mi disse che avrebbe voluto pubblicare il racconto con la sua piccola casa editrice di cui, fino a quel momento, ignoravo colpevolmente l’esistenza.

– Il libro si materializzò…

Esatto. Assentii e da quel giorno Matatunno è diventato un libro. Sarebbe dovuto essere destinato a sei o sette miei amici, ma adesso mi schernisce dalle vetrine di quasi tutte le vetrine delle librerie indipendenti cagliaritane, altezzoso ad imbarazzare l’autore, pavoneggiandosi tra i romanzi di Aramburu e Coe. Più o meno tutti abbiamo un amico del cuore: il mio, che lesse la stesura originaria e ritenne d’incoraggiarmi a una pubblicazione della storia verso cui ero titubante e scettico, credo che se la stia ancora ridendo d’intesa col libro.

– Matatunno, ci dai qualche spunto su cosa troveremo?

E’ una storia ambientata in Italia che ha per protagonista un gruppo di amici nati nei primi anni Sessanta che si forma con loro ancora bambini. Alcuni temi cari all’autore e verso i quali soltanto in tempi recenti si è sviluppata una certa crescente attenzione pubblica, vengono affrontati tramite gli intrecci delle loro vite e con la percezione e dal punto di vista di chi ha vissuto quel determinato periodo storico.
Una denuncia spietatamente leggera del colpevole ritardo con cui stiamo aprendo gli occhi davanti a situazioni di grande importanza.

– In tutto questo, c’è stato un periodo straordinario come la pandemia. Che sensazioni hai avuto? Ha aiutato il nascere di idee?

Sì, la pandemia ha indirettamente aiutato la mente ad esprimersi. La bolla in cui per qualche mese ci siamo tutti ritrovati tra febbraio e marzo del 2020, con sospensione, nel mio caso, di gran parte dei pensieri lavorativi, ha favorito sia l’immaginazione che la stesura di una breve storia, in un tempo comunque particolarmente contenuto.

– I personaggi e le loro vicissitudini, come nascono nella mente di uno scrittore?

Sono il frutto della mia fantasia. Non ho idea di come uno scrittore costruisca i personaggi, forse non c’è neanche un modo unico. In Matatunno posso dire che ognuno di loro ha caratteristiche ben delinate e, per limitare per un attimo il discorso ai componenti del gruppo di amici, forse sono proprio le differenze tra gli stessi componenti a rendere particolare la genesi e la coesione tra essi. La loro descrizione passa talvolta attraverso alcuni episodi realmente accaduti o ispirati da avvenimenti reali, contestualizzati all’interno della storia. Non solo i destinatari originari del racconto non faticheranno a riconoscersi in qualche luogo o in qualche episodio, nonostante il corpo principale della storia sia completamente inventato.

– Luigi fuori dalle pagine del libro, come vuole raccontarsi?

Luigi Amat fuori dalle pagine del libro cerca di essere un buon padre, esercita la libera professione, aspira a servire sull’esempio di qualcun altro e, per il resto, cerca di non prendersi troppo sul serio, e cercherebbe volentieri di eludere domande come questa.

– La scrittura cura l’anima delle persone?

Non penso di avere la risposta a questo quesito. Ma visto che si limita al mio personalissimo pensiero, sostengo che possa dare un grosso contributo, al pari di tante altre cose. Sarebbe bene se ciascuno si ascoltasse con attenzione nel tentativo di comprendere quello di cui la propria anima abbia davvero bisogno. La riflessione, l’impegno, la gratuità dei gesti, i momenti di solitudine, quelli di preghiera, il servizio, la musica, la condivisione, la convivialità sono le prime cose che mi vengono in mente per me stesso, ma anche la lettura e la scrittura possono essere strumenti importanti addirittura per far star bene l’anima anticipando il momento in cui fosse necessario curarla.

– Ok, oggi Matatunno. Poi? Cosa ci riserverai? Lo sai che siam curiosi…

Matatunno non era un progetto, ma è stato molto divertente. Sarebbe fantastico se qulacos’altro di inaspettato sgorgasse da solo, visto che durante le mie giornate di tempo per progettare non me ne resta tantissimo.

 

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